Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”


Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “





Pino Ciampolillo


mercoledì 9 dicembre 2015

Isola Pulita: A fuoco auto della giornalista che indaga su morte Borsellino: atto vandalico o intimidazione? Strage Borsellino, errori o depistaggi? Ecco la storia “Dalla parte sbagliata”







A fuoco auto della giornalista che indaga su morte Borsellino: atto vandalico o intimidazione?

In fiamme la vettura di Dina Lauricella, autrice di un libro d'inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino "e i depistaggi di via D'Amelio". Non si esclude dolo: "Ipotesi che non voglio neanche valutare"






Redazione 9 Dicembre 2015








Rogo a Vigna Clara. Nel cuore della notte tra lunedì e martedì scorso alcune auto in sosta su via dei Giuochi Istmici sono state avvolte dalle fiamme: due le vetture rimaste maggiormente coinvolte con una Clio ad avere la peggio e forse, le indagini sono in corso, ad essere quella da cui il tutto è partito. 

Un atto vandalico o peggio. La Renault è infatti di proprietà di Dina Lauricella, nota giornalista di Servizio Pubblico e autrice, insieme all'avvocato Rosalba Di Gregorio, del libro "Dalla parte sbagliata" che ricostruisce e analizza le vicende giudiziarie e processuali  della strage di via D'Amelio sulla quale pende l'ombra - dopo 15 anni di indagini, tre processi e alcuni condannati all'ergastolo tornati in libertà dopo le dichiarazioni del pentito e collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza - dei "depistaggi". 
Un volume di denuncia per arrivare alla verità su una delle pagine più tristi e misteriose della storia d'Italia più recente. Sul rogo di Vigna Clara pertanto non si esclude per adesso la natura dolosa. Intanto la pagina Facebook della giornalista è stata invasa da commenti a attestati di solidarietà che la invitano ad andare avanti nel suo lavoro d'inchiesta. 
"Che sia stata una minaccia è tecnicamente da provare. Personalmente confido in una delle tante teste di c***o che gira triste per la città. Indagheranno. Resta la violenza del gesto che però ho abbondantemente superato grazie a tutto il calore ricevuto...una meravigliosa valanga che sento il dovere di arginare. Quindi piedi per terra. Ma se in una remotissima ipotesi, che non voglio neanche valutare, si trattasse di un'intimidazione legata al libro che ho scritto con l'avv. Rosalba di Gregorio, fanculo #restodallapartesbagliata" - ha scritto sul proprio profilo Twitter Dina Lauricella  

A fuoco l'auto della giornalista Dina Lauricella




lauricella dina scarantinoFoto
di AMDuemila
Una Renault Clio bruciata. E' quello che resta dell'auto della giornalista Dina Lauricella posteggiata davanti all'abitazione della cronista nella zona di Ponte Milvio a Roma. “Non sono in grado - ha dichiarato a caldo la Lauricella - di stabilire se si tratta di un messaggio intimidatorio. Non ho ricevuto di recente alcun segnale ma voglio capire di cosa si tratti. Per questo ho presentato una denuncia”. Certo è che l'inviata di “Servizio Pubblico”, co-autrice  del libro scritto assieme all'avv. Rosalba Di Gregorio “Dalla parte sbagliata”, ha lavorato da sempre su inchieste scottanti: una su tutte quella sul falso pentito Vincenzo Scarantino. Qualche anno fa le era stato chiesto dove nascesse il coraggio nel mestiere di giornalista. A quella domanda Dina Lauricella aveva risposto in maniera molto chiara di non vedere un nesso diretto tra professione giornalistica e coraggio.“La differenza la fanno i singoli e questo vale anche per chi si alza alle cinque e va in catena di montaggio”, aveva affermato.

Nella speranza che si faccia luce al più presto sulle dinamiche che hanno portato a questo vile atto l'abbraccio e la piena solidarietà a Dina Lauricella da tutta la redazione di Antimafia Duemila

Strage Borsellino, errori o depistaggi? Ecco la 



storia “Dalla parte sbagliata”




In libreria il volume di Rosalba De Gregorio, legale di sette imputati ingiustamente condannati nel primo processo su via D'Amelio, e Dina Lauricella, giornalista di Servizio pubblico. Ne anticipiamo un brano



“Chi si nasconde dietro quel tanto vituperato «terzo livello» che ha legato mafia e pezzi delle Istituzioni attraverso il «papello», ha verosimilmente lo stesso profilo di chi ha ucciso il giudice Borsellino e di chi per 22 anni ci ha dato in pasto una storia da due lire, alla quale abbiamo voluto credere per sedare la diffusa ansia di giustizia che ha scosso il Paese nell’immediato dopo strage”, scrivono l’avvocato Rosalba Di Gregorio e la giornalista Dina Lauricella nel libro “Dalla parte sbagliata”, edito da Castelvecchi, con prefazione del magistrato Domenico Gozzo.
Tre processi, 15 anni di indagini, 11 persone ingiustamente condannate all’ergastolo e un nuovo processo, il “borsellino quater” che sta rimettendo tutto in discussione. Che cosa sappiamo oggi della strage di via d’Amelio e della morte di Paolo Borsellino? Davvero poco se consideriamo che la procura di Caltanissetta ha chiesto la revisione del vecchio processo. Un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, ha rimescolato le carte e oggi in aula, chi stava sul banco degli imputati, siede fra le parti civili.

È il caso “dell’avvocato di mafia” Rosalba Di Gregorio, che da oltre vent’anni grida al vento le anomalie di un processo che si è basato sulle affermazioni di uno dei pentiti più anomali che i nostri tribunali abbiano mai visto, Vincenzo Scarantino. Per tutti e tre i gradi di giudizio ha inutilmente difeso 7 degli imputati condannati all’ergastolo (oggi tornati in libertà grazie alle dichiarazioni di Spatuzza), e nel libro racconta, con l’impeto e la passione che le è propria, in una sorta di diario di bordo, questi lunghi anni di processi e sentenze.
Dina Lauricella, inviata di Servizio Pubblico, riavvolge il nastro di questa oscura storia del nostro Paese provando a riguardarla da una nuova prospettiva. I due punti di osservazione speciale sono quelli dell’ex pentito Vincenzo Scarantino e dell’avvocato Di Gregorio, legale di numerosi boss di Cosa Nostra, tra cui Bernardo ProvenzanoMichele Greco e Vittorio Mangano. “Un racconto che parte dal basso, sicuramente di parte, dalla parte sbagliata, per costringerci all’esercizio di tornare indietro nel tempo, per sbarazzarci della confusione accumulata negli anni e, atti alla mano, rimettere al posto giusto le poche pedine certe”. Le stesse sulle quali, a 22 anni di distanza, è tornata ad indagare la procura di Caltanissetta.
DAL CAPITOLO “INTERVISTA A VINCENZO SCARANTINO”
Seri e rodati cronisti, formati nell’aula bunker di Palermo durante il maxi processo, arrivati per primi sulle macerie e sui corpi dilaniati di via d’Amelio, hanno una fitta al cuore al pensiero che nei successivi 15 anni di vicende giudiziarie hanno visto, sentito e raccontato una storia che è crollata all’improvviso mostrandosi in tutta la sua fragilità.
È stato l’ex procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato a chiedere che i processi «Borsellino» e «Borsellino bis» venissero revisionati a seguito delle rivelazioni del nuovo collaboratore, Gaspare Spatuzza. È per questo che tre anni fa, undici imputati, di cui sette condannati all’ergastolo, sono tornati in libertà. Clamoroso errore giudiziario o vile depistaggio che sia, la storia è da riscrivere e chi ha penna non dovrebbe risparmiare inchiostro.
Ne serve molto per raccontare fedelmente i punti salienti dei tre processi che dal 1996 al 2008 hanno indagato sull’omicidio Borsellino. Sarebbe una semplificazione giornalistica dire che dobbiamo buttare all’aria tutti questi anni per colpa di Scarantino o di chi ha creduto in lui. Le sentenze del Borsellino ter, infatti, sopravvivono al terremoto Spatuzza, ma non è un caso: in questo processo Scarantino non ha alcun ruolo. Carcere a vita per l’allora latitante Bernardo Provenzano e per altri 10 imputati di grosso calibro, nessuno dei quali tirato in ballo da Scarantino. Questo troncone scaturisce infatti dalle dichiarazioni di mafiosi doc come Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante o Calogero Ganci.
Il processo che la Procura di Catania dovrà revisionare, quando Caltanissetta stabilirà se Scarantino è o meno un calunniatore, come emerso dalle dichiarazioni di Spatuzza, è il Borsellino bis. È qui che Enzino fa da pilastro. Faticherà a distinguere i nomi dei mafiosi che coinvolge, non li riconoscerà in foto, talvolta si contraddirà, ma a fronte di un’informativa del Sisde che metteva in luce la sua parentela con il boss Salvatore Profeta, ha goduto di una fiducia che si è rivelata a dir poco esagerata.
Tratto da “Dalla parte sbagliata” di Rosalba Di Gregorio e Dina Lauricella Castelvecchi, 2014. © 2014 Lit Edizioni Srl Per gentile concessione dell’Editore

Vincenzo Scarantino, quando Tinebra disse: “Ci ha pienamente convinti”



Vincenzo Scarantino, quando Tinebra disse: “Ci ha pienamente convinti”

È il 23 luglio del 1994, pochi giorni dopo il secondo anniversario della strage di Via d'Amelio, e l'allora procuratore di Caltanissetta non ha dubbi: la confessione del picciotto della Guadagna accusato di aver fatto strage di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, è autentica




Scarantino non ha subito nessun tipo di violenza o di imposizione: si è autonomamente deciso a collaborare e ciò l’ha fatto in maniera che ci ha pienamente convinti. È un’operazione che conduciamo con consueti, usuali metodi”. È il 23 luglio del 1994, pochi giorni dopo il secondo anniversario della strage di Via d’Amelio, e l’allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra colloquiando con l’Ansa non ha dubbi: la confessione di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna accusato di aver fatto strage di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, è autentica. Arrestato nel settembre del 1992, dopo che Salvatore Candura lo aveva accusato di essere l’uomo che aveva commissionato il furto della Fiat 126 da trasformare in autobomba, a Scarantino viene subito cucito addosso un ruolo principale nella regia dell’inferno di via d’Amelio. Un ruolo accreditato anche da un rapporto del Sisde di Bruno Contrada, poi condannato a dieci anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, che stila un dossier patacca per elevare lo spessore criminale dell’indagato: da minuscolo malavitoso di periferia a boss di prima grandezza.
Un anno dopo l’arresto, Scarantino vuota il sacco: si autoaccusa della strage, fa i nomi di complici e mandanti. Tutte menzogne, che lo stesso Scarantino ritratterà già nel 1998. “Le sere prima degli interrogatori mi leggevano tutto e io dovevo memorizzare tutto quello che sentivo” ha raccontato a Servizio Pubblico,confermando le accuse contro Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, a libro paga del Sisde con il nome in codice Rutilius che guidava il gruppo Falcone – Borsellino, l’unità speciale dello Sco creata apposta per indagare sulle stragi. Inchieste portate avanti dalla procura di Caltanissetta, dove il 15 luglio del 1992 si insedia Tinebra: avrebbe dovuto coordinare le indagini sulla strage di Capaci, ma dopo qualche ora il botto di via d’Amelio piomba come una valanga sul suo ufficio.
Meno di due mesi dopo nella rete finisce Scarantino, il super pentito, il colpevole perfetto, che poi tanto perfetto non è. “A Palermo si dice che dovevano vestire il pupo: loro lo sapevano che ero innocente già dall’inizio. È venuta da me la Boccassini, mi ha stretto la mano e mi ha detto: Scarantino io vado via, ma si ricordi che non le credo” racconta il falso pentito oggi. A lavorare sul caso a Caltanissetta c’era Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto a Palermo, un giovanissimo Nino Di Matteo, al primo incarico dopo che da uditore aveva fatto parte del picchetto d’onore durante i funerali delle vittime di Capaci, e soprattutto Annamaria Palma, poi diventata capo di gabinetto del presidente del Senato Renato Schifani. “Io ai magistrati – racconta oggi Scarantino – alla dottoressa Palma, glielo dicevo tutti i giorni, che nei confronti gli altri pentiti mi smentivano: ma mi rispondevano di stare tranquillo”.
A parte Ilda Boccassini, quasi nessuno all’epoca sembra porsi il problema della effettiva veridicità delle dichiarazioni del picciotto della Guadagna. Anzi è sempre Tinebra ad accreditare il falso pentito con i cronisti: “Abbiamo seguito il metodo Falcone poi è arrivata la luce. Quella di Scarantino è una piena confessione” dirà l’attuale procuratore generale di Catania, per un lustro al vertice del Dap. Tinebra riscoprirà la cautela solo quando sui giornali finisce un verbale in cui Scarantino racconta di cocaina fatta arrivare a Silvio Berlusconi tramite Ignazio Pullarà: informazione fornita ai magistrati già nel primo interrogatorio. “Ad occhio e croce – dice Tinebra il 24 gennaio 1995 – mi pare una dichiarazione, ove vera, ancora priva di riscontri, ma non è la procura di Caltanissetta l’ufficio competente ad indagare in questa vicenda”. E in quel momento che la collaborazione di Scarantino, la luce della procura nissena, diventa per Tinebra “oggetto per molti versi di attenta valutazione da parte dell’autorità giudiziaria” . 
Secondo il pm Luca Tescaroli, all’epoca in servizio a Caltanissetta, fu proprio Tinebra a non essere d’accordo con l’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri, iscritti nel registro degli indagati il 22 luglio del 1998 perché sospettati di essere mandanti esterni della strage di Capaci e di quella di via d’Amelio. E quando il 2 marzo del 2001 la posizione di Berlusconi e Dell’Utri venne archiviata, fu sempre Tinebra a comunicare agli indagati la notizia del loro proscioglimento, 24 ore ore prima della consegna effettiva delle carte al gip. “È normale che la mafia si affidi ad un balordo per compiere una strage importante come quella di via d’Amelio?” gli chiedono i giornalisti subito dopo l’arresto di Scarantino.
“Non ci siamo posti la domanda. I fatti, secondo noi, si sono svolti in un certo modo, Scarantino non è uomo da manovalanza” risponde lui il 29 settembre del 1992. Dalla strage di via d’Amelio sono trascorsi appena settantuno giorni e il “pupo” Scarantino sta per essere “vestito”. Chi sia il puparo, invece non è ancora oggi dato sapere.

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