Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”


Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..





“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “





Pino Ciampolillo


mercoledì 9 dicembre 2015

Isola Pulita: Il governo Renzi vuole smantellare l’Autonomia siciliana calpestando la Costituzione italiana Massimo Costa

Il governo Renzi vuole smantellare l’Autonomia siciliana calpestando la Costituzione italiana 



Massimo Costa


Lo Statuto autonomistico siciliano, che anticipa di un anno e mezzo l’entrata in vigore della Costituzione italiana, fa parte della Carta costituzionale del nostro Paese. Il luogotenente del governo Renzi in Sicilia - l’assessore Baccei imposto al governo regionale - vorrebbe smantellare i due più importanti articoli finanziari dello Statuto siciliano ignorando le competenze del Parlamento dell’Isola e la stessa Costituzione 
Oggi parliamo di numeri, una cosa lunga e tecnica. Me ne scuso coi lettori, ma sto parlando delle tasche dei Siciliani. Se non vi interessa cambiate notizia, e parliamo di come vanno le squadre di calcio siciliane.
Le finanze siciliane sono oggi in piena emergenza, e non per spese dissennate, o per qualche cataclisma naturale. O meglio, il cataclisma si chiama Matteo Renzi-Rosario Crocetta, è bene chiamare le cose con il loro nome. Parliamo del capo del governo italiano e del presidente della Regione siciliana. Tutte le opposizioni, e persino settori della maggioranza, sono consapevoli dell’aberrazione in atto, al punto che chi non si è mai accorto dei furti dello Stato ora grida allo scandalo.
Da ultimo abbiamo sentito persino la voce del Presidente dell’ANCI Sicilia (qualche buontempone ora dirà che c’è un accordo sotterraneo tra me e Leoluca Orlando), di fronte al mancato gettito di un miliardo per effetto della transazione voluta da Crocetta nei confronti dello Stato. Abbiamo ascoltato qualche mese fa in radio l’assessore regionale all’Economia, Alessandro Baccei, il non siciliano voluto da Renzi alla guida sostanziale della nostra Regione, che si trattava di una questione di “poche centinaia” di milioni euro e non di 5 miliardi. Ora arriva la prima batosta di un miliardo. E nel frattempo i Comuni falliscono a catena. In pratica, Crocetta ha rinunciato al posto nostro a tutte le risorse della Regione tenendosi le spese. Ma non è stato lui direttamente. Lui ormai mette solo la firma a documenti preparati direttamente a Roma.
Siamo in piena emergenza e i collaborazionisti di sempre ora storcono il naso, e dicono “stiamo esagerando”, rendendosi conto dell’enormità della situazione. Ma non parliamo di loro oggi. L’unica nostra arma è l’informazione, per far recuperare ai Siciliani la consapevolezza dello stupro in atto.
Uno degli ultimi atti, già preannunciato dal vero presidente della Regione, Baccei naturalmente, è una delibera che trasforma la Sicilia in Regione a Statuto ordinario, lasciandole però le funzioni trasferite dallo Stato. In pratica, il governo regionale di Crocetta propone di costruire una corda, di attaccarla agli attributi di tutti i Siciliani, e di affidare il guinzaglio a Roma, che può tirarla a suo piacimento.
Stiamo parlando della delibera di Giunta n. 286 del 2015, che ora spiegheremo ai non specialisti di finanza pubblica. È una strana delibera, il cui reale contenuto è scritto in un allegato che sembrerebbe fatto dal solo assessore Baccei (e che pare dettato direttamente dal Ministero dell’Economia di Roma), mentre il corpo della delibera si limita a sintetizzare l’allegato, ad “apprezzarne” il contenuto, a calare la testa, e a sottoporlo a Roma, “come se” la proposta venisse da noi. In pratica, Roma dà una carta alla Sicilia e le dice: “Proponimi questo, che io accetto subito”.
Entriamo nel contenuto. Si parte dalla constatazione che, dall’inizio della legislatura, sono stati fatti “interventi” per recuperare un disavanzo strutturale di 3 miliardi di Euro. Fra questi interventi si parla di “incremento delle entrate”. Ma questa affermazione è falsa. Il Governo Crocetta, sin dal suo insediamento, non ha aumentato di un centesimo le entrate della Regione, ma ha solo fatto tagli, tagli per 3 miliardi l’anno, su un bilancio di ‘cassa’ di circa 15 miliardi. Di colpo la domanda interna pubblica è stata tagliata del 20% l’anno. Non credo che una tale intensità di rigore sia stata praticata in alcuna altra regione d’Italia (e infatti non siamo Italia).
Non una parola, nei “visto” e “considerato” sull’origine di questo disavanzo, derivante non da un eccesso di spesa, ma dalla slealtà sistematica dello Stato italiano. Da ultimo, per il bilancio 2016, il documento rivendica come “merito” un ulteriore taglio di 847 milioni, che sarebbero vanificati da un ulteriore “prelievo” (furto) dello Stato di 1,188 miliardi per il contributo al risanamento della finanza pubblica.
Nel complesso, viene identificato un disavanzo strutturale permanente di 1,4 miliardi l’anno. Questo dato è errato. È errato perché identifica come disavanzo la differenza tra le spese incomprimibili e le entrate “lasciate” dallo Stato. Cioè dà per acquisito e non contestato il fatto che lo Stato trattenga la maggior parte delle risorse regionale. La Regione dovrebbe acquisire quelle risorse nel proprio bilancio e sfidare lo Stato, attraverso la regionalizzazione dell’Agenzia delle Entrate, o - se lo Stato non la concede per slealtà, nonostante ci spetti per Statuto - anche attraverso l’ultimo strumento che le rimane: Riscossione Sicilia spa. Invece dà per scontato che il furto dello Stato sia legittimo e lamenta solo come, dopo tale furto, si resti scoperti di 1,4 miliardi.
Il “Considerato” di cui all’ultimo comma di pagina 3 appare in odore di palese illegittimità, laddove dice che “si rende indispensabile una soluzione strutturale, condivisa con il Governo centrale”. La soluzione strutturale non è attribuibile alle competenze della Giunta regionale, cioè al governo Crocetta, né a quelle del Consiglio dei Ministri. Essa è definita dalla Costituzione (Statuto, più norme dell’art. 119 Cost.) che attribuisce già risorse certe alla Regione e dispone che, in ogni caso, è compito dello Stato attribuire alle Regioni le risorse che servono allo svolgimento delle proprie funzioni. Nel caso di specie, queste norme vanno deliberate nella sede competente, che è la Commissione Paritetica, che invece rimane inoperosa. Compito della Regione può essere solo quello di deliberare una proposta di norma attuativa da sottoporre alla suddetta Commissione. Non può invece agire in modifica delle norme costituzionali (sostanzialmente si propone l’abolizione dell’art. 37 e lo stravolgimento dell’art. 36 dello Statuto). Questo tipo di interventi si può fare solo con legge costituzionale, passando dall’Assemblea, il cui parere è comunque indispensabile, e la cui consultazione preventiva, anche prima della Delibera di Giunta, del tutto opportuno, se non addirittura considerabile come un elemento degli usi costituzionali non derogabili dalla volontà unilaterale dell’esecutivo.
Anche il “concorso dello Stato” si esaurisce nella nomina dei componenti della Commissione, che sono legislatori a tutti gli effetti. Spetta al Capo dello Stato la firma dei relativi decreti, se ritenuti costituzionali, e basta. Può, tutt’al più, come la Regione, deliberare proposte di decreti, ma sempre dentro il dettato costituzionale.
In questo caso, invece, si invita il Consiglio dei Ministri a deliberare un impianto finanziario che “scardina” l’impianto statutario, al solo fine di agevolare la posizione dello Stato, senza passare da una riforma di rango costituzionale.
È ben vero che a un accordo tra Stato e Regione invita la citata sentenza della Corte Costituzionale n. 89 del 2005, ma quella sentenza si riferisce ad un accordo nelle sedi competenti, come è avvenuto nelle altre Regioni a Statuto speciale. È assurdo che laddove le altre Regioni italiane a Statuto speciale hanno chiuso la loro trattativa con una piena applicazione dei rispettivi Statuti, solo per la Sicilia questo debba tradursi in un’abrogazione dello Statuto.
Poi, sempre in questa delirante delibera, si parla di “continuare il percorso di risanamento avviato”. Ora, questo passaggio è incoerente con il complesso della delibera. Esso indica chiaramente che bisognerà procedere ad ulteriori tagli alla spesa. Ma in altre parti della delibera si dice che la spesa pubblica pro capite è più bassa della media italiana, e che il contributo al risanamento della finanza pubblica è più alto. Quindi, allo stato attuale, alla Sicilia può essere chiesto (ma dovremmo chiederlo noi cittadini, non lo Stato), solo una rimodulazione nella qualità, e non nella quantità della spesa, che semmai dovrebbe crescere, spese negli investimenti, per mettere la Sicilia alla pari con il resto dello Stato italiano.
Altra incongruenza della delibera è quella di riconoscere appena 1,3 miliardi di crediti nei confronti dello Stato.  Primo, perché si dice in maniera del tutto imprecisa che questi sarebbero maturati negli ultimi 10/15 anni (10 o 15? Sono orizzonti completamente diversi!). Secondo, perché la stima è incongruente con le stesse tabelle allegate alla delibera, che stimano il mancato gettito dei principali tributi per effetto dell’erosione a favore dello Stato (e cos’è questo, se non crediti verso lo Stato?), in non meno di 5 miliardi l’anno. Mi pare che, protraendosi certamente questa situazione da almeno quindici anni, il credito nei confronti dello Stato ammonterebbe alla cifra astronomica di 75 miliardi, e solo per gli ultimi 15 anni.
Il vero fatto è che, come si gira si gira, il prezzo che la Sicilia paga per far parte dell’Italia è semplicemente incalcolabile. E questo per quel che riguarda la “ridefinizione dei rapporti finanziari tra Stato e Regione”, l’unica parte della delibera sulla quale mi soffermo.
Nell’allegato alla delibera troviamo altre enormità. L’allegato, infatti, parla tranquillamente di “erosione” dei tributi spettanti alla Regione, senza far capire bene che questa erosione non è come l’erosione naturale dei fiumi, ma deriva da precisi atti legislativi dello Stato, illegittimi, in quanto espressamente in violazione dei decreti attuativi dello Statuto vigenti, anche nella loro interpretazione analogica, che costituiscono fonti del diritto sovraordinate. L’allegato, che devo presumere sia da attribuire direttamente a Baccei, dimentica platealmente che l’unica via d’uscita rispetto a questa erosione è quella dell’emanazione di norme attuative aggiornate sostitutive di quelle del 1965, in cui si attribuisca nuovamente, con termini aggiornati, alla Regione il totale del riscosso in Sicilia, tranne le eccezioni di cui al 2° comma del 36 dello Statuto.
Tra le altre falsità dell’allegato c’è quella in cui si parla dell’aumento della compartecipazione alle spese sanitarie dal 42,5 al 49,11 % “senza contropartita”. Non è vero che non è stata prevista contropartita: lo Stato doveva darci parte delle accise, ma ha violato la propria stessa norma, e non ci ha dato nulla, lasciando la norma priva di copertura finanziaria. Ma, sistematicamente, le responsabilità dello Stato sono abilmente occultate.
Tra le altre falsità dell’allegato c’è il pregiudizio contro il dettato dell’art. 37, stabilendo che il gettito sarebbe di difficile quantificazione e di inefficace riscossione, per le stesse norme inefficaci volute dal Governo Crocetta. Non è compito dell’assessore stabilire se una norma è “difficile” (quando agevola la Regione) o “facile” (quando agevola lo Stato), ma attuare la norma, e basta. Spetta alla Commissione paritetica, e non all’assessore, stabilire le norme attuative dell’art. 37, che attribuiscono alla Regione il gettito maturato in Sicilia e riscosso altrove. Gettito stimato in circa 4 miliardi l’anno, che risolverebbe alla radice ogni problema finanziario di Regione e Comuni siciliani.
Siamo ancora sicuri che un decreto in cui si dice che una parte della Costituzione è “di difficile attuazione” e quindi “si disapplica” sia legittimo? Non sono un avvocato, ma qualche dubbio ce l’ho. Ma il cuore dell’allegato contiene un dispositivo apertamente contrario alla Costituzione, ipocritamente coperto come “ritorno all’impianto originario dello Statuto”.
In pratica, si propone di attribuire alla Regione un gettito IRE (ex IRPEF) e IVA sulla base di stime di reddito e di consumo fatte a Roma. Cioè si fa passare la Sicilia da Regione a finanzia originaria a Regione a finanza derivata. La si trasforma in Regione a Statuto ordinario, senza modifica costituzionale, e però lasciandole sul groppone la totalità della spesa pubblica. Qui non mi straccio le vesti. Non è l’attribuzione totale della spesa, in particolare quella sanitaria, ciò che mi preoccupa, ma il mancato parallelo trasferimento dell’entrata pubblica, che è sancita in 9 secoli di storia finanziaria autonoma e a caratteri cubitali nello Statuto.
Logica vorrebbe che la Regione avesse strumenti e norme in grado di accertare e incassare, con i propri uffici, tutti i tributi che maturano in Sicilia il loro presupposto, non che viva di trasferimenti da parte dello Stato, trasferimenti che l’Eco di Bergamo ad ogni pie’ sospinto considererebbe rubati alla Lombardia.
La seconda parte della delibera (e dell’allegato) riguarda l’espansione dei margini di spesa nel patto di stabilità. Non mi pronuncio: il patto di stabilità, con il suo assurdo obbligo di spostare i pagamenti pur in presenza dei relativi fondi, è la peggiore idiozia che si sia mai potuta pensare in politica economica. Una delle tante idiozie di questa Unione Europea che nessuno ha il coraggio di mettere sotto accusa: un’Europa che ti multa se paghi i fornitori in ritardo, ma che ti multa se li paghi in regola perché sfori il patto di stabilità. No comment, almeno per oggi.
La terza parte della delibera (e dell’allegato) “chiede all’Agenzia delle Entrate di riattivare i flussi finanziari legati ai tributi devoluti”. Che vuol dire? Che l’Agenzia delle Entrate trattiene illegittimamente tali flussi? E che si fa? Una delibera che chiede all’Agenzia delle Entrate (e quindi allo Stato) di fare ciò che dovrebbero fare per legge? Ma stiamo scherzando?
Ricordo agli estensori del prezioso documento che l’Agenzia delle Entrate, come implicitamente richiamato dal secondo comma dell’art. 37 dello Statuto, e come è nella logica complessiva dello stesso, dovrebbe dipendere disciplinarmente del tutto dalla Regione, come del resto avviene a Bolzano e ad Aosta. L’Agenzia delle Entrate deve essere regionalizzata. Nel 1947 l’allora presidente della Regione, Giuseppe Alessi, non potendosi dotare in quattro e quattr’otto di un proprio apparato di uffici finanziari periferici stabilì un accordo con lo Stato di servirsi degli uffici statali. Attraverso una serie di norme successive, questo stato provvisorio è arrivato ai giorni nostri. È arrivato il momento o no di dare alla Sicilia quegli uffici finanziari che le spettano? Che senso ha “implorare” per decreto che l’Agenzia delle Entrate non trattenga indebitamente quote che spettano alla Regione?
La delibera  - come abbiamo detto - è di “apprezzamento” (ma che significa in termini giuridici?) della proposta predisposta sostanzialmente da Roma, e formalmente proveniente dall’assessorato all’Economia, da sottoporre al reale autore della stessa, cioè la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ma la Giunta ha il potere di proporre norme attuative sostanzialmente “sostitutive” e non “attuative” dello Statuto? Le norme di riforma costituzionale non hanno un percorso completamente diverso?
Non sono un avvocato, e forse i termini tecnici per un’impugnativa amministrativa non ci sono. Su questo vedremo. Ma è possibile modificare uno statuto speciale in questo modo. Penso già qualcuno che dirà che vivere di finanza derivata tutto sommato non sarà male. Ma questo qualcuno, a parte il fatto che consegna a Roma le chiavi di casa, dimentica il pregiudizio che circonda in Italia ogni centesimo speso in Sicilia.
Già questa delibera truffa, che per avere 1,4 miliardi nostri per chiudere il bilancio di un anno, rinuncia per sempre a tutte le nostre prerogative finanziarie, è vista male nel Lombardo-Veneto. I giornali locali già tuonano contro “l’ennesimo regalo alla Sicilia”. Quando saremo “finalmente” a finanza derivata, per accontentare l’elettore settentrionale non basterà che ci lascino in mutande. Dovremo letteralmente morire di fame, chiudere tutte le scuole, gli ospedali, i musei, tutto. La Sicilia sarà una landa desolata e invivibile più di oggi. Ma anche quei pochi spiccioli che lo Stato dovrà, per forza di cosa, spendere, saranno sempre visti come un furto dall’Italia.
Altro che “caduta di Crocetta”... Qui il problema è molto più grande.
Lanciamo quindi un concorso a premi: qual è la via più breve per l’indipendenza?

SENTENZA N. 67
ANNO 2015

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Alessandro           CRISCUOLO                                     Presidente
- Paolo Maria         NAPOLITANO                                    Giudice
- Giuseppe              FRIGO                                                       ”
- Paolo                    GROSSI                                                     ”
- Aldo                    CAROSI                                                     ”
- Marta                   CARTABIA                                               ”
- Mario Rosario      MORELLI                                                  ”
- Giancarlo             CORAGGIO                                              ”
- Giuliano               AMATO                                                     ”
- Silvana                 SCIARRA                                                  ”
- Daria                    de PRETIS                                                 ”
- Nicolò                  ZANON                                                     ”
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Visto l’atto di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 10 marzo 2015 il Giudice relatore Giancarlo Coraggio;
uditi l’avvocato Beatrice Fiandaca per la Regione siciliana e l’avvocato dello Stato Alessandro Maddalo per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Ritenuto in fatto
1.− Con ricorso notificato il 3-4 luglio 2014, depositato nella cancelleria di questa Corte il successivo 10 luglio ed iscritto al n. 50 del registro ricorsi 2014, la Regione siciliana ha promosso questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 e del relativo Allegato 1, per la parte che riguarda le Province siciliane, del decreto-legge 6 marzo 2014, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di finanza locale, nonché misure volte a garantire la funzionalità dei servizi svolti nelle istituzioni scolastiche), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 maggio 2014, n. 68, in riferimento all’art. 36 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, e all’art. 2, primo comma, del d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria).
2.− Espone la ricorrente che l’art. 10 del d.l. n. 16 del 2014 ha operato nei confronti delle Province siciliane una riduzione di risorse pari ad euro 96.844.327, come si rileva dal citato Allegato 1, prevedendo, altresì, il recupero delle somme, in caso di incapienza, a valere sui versamenti dell’imposta sulle assicurazioni per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore.
L’imposta in questione, quale tributo erariale di spettanza regionale, ricade nell’ambito di applicazione dell’art. 36 dello statuto siciliano e dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 e, pertanto, la norma impugnata si profila, per la parte riguardante le Province siciliane, illegittima.
La disposizione censurata prevede, al comma 1: «Per l’anno 2014, sono confermate le modalità di riparto alle province del fondo sperimentale di riequilibrio già adottate con decreto del Ministro dell’interno 4 maggio 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 145 del 23 giugno 2012. Alla ricognizione delle risorse da ripartire per l’anno 2014 a ciascuna provincia si provvede con decreto del Ministero dell’interno, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze. Salvo quanto previsto dal comma 2 dell’articolo 20, sono parimenti confermate, le riduzioni di risorse per la revisione della spesa di cui all’articolo 16, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, secondo gli importi indicati nell’allegato 1 al presente decreto», e al comma 2: «Per l’anno 2014 i trasferimenti erariali non oggetto di fiscalizzazione corrisposti dal Ministero dell’interno in favore delle province appartenenti alla regione Siciliana e alla regione Sardegna sono determinati in base alle disposizioni recate dall’articolo 4, comma 6, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, e alle modifiche dei fondi successivamente intervenute».
3.− A sostegno della prospettata illegittimità costituzionale, la Regione siciliana rileva quanto segue, in ragione di quanto stabilito dall’art. 16, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 (Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 135, richiamato nella norma impugnata, tenuto conto di quanto statuito dalla sentenza n. 97 del 2013 della Corte costituzionale.
Il citato art. 16, comma 7, prevede la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio, come determinato ai sensi dell’art. 21 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario), del fondo perequativo, come determinato ai sensi dell’art. 23 del medesimo decreto legislativo, e dei trasferimenti erariali dovuti alle Province della Regione siciliana e della Regione Sardegna a decorrere dal 2012, per importi progressivamente maggiorati sino ad un tetto massimo di 1.250 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015, e mediante sottrazione di gettito nei confronti delle Province a valere sull’imposta per la responsabilità civile automobilistica secondo meccanismi tecnicamente individuati.
Espone la ricorrente che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 97 del 2013, ha chiarito il collegamento e la portata delle suddette disposizioni precisando che «L’art. 17, comma 1, del decreto legislativo n. 68 del 2011 ha poi disposto, esclusivamente per le Province ubicate nelle Regioni a statuto ordinario, che, a decorrere dal 2012, l’imposta in questione assumesse la natura di tributo proprio derivato provinciale. Infatti, le disposizioni contenute nel Capo II del citato decreto legislativo, tra cui è ricompreso anche il menzionato art. 17, comma 1, si devono intendere riferite alle sole Regioni a statuto ordinario, come esplicitamente prevede l’art. 16, comma 1, del decreto legislativo n. 68 del 2011».
La giurisprudenza costituzionale ha poi precisato che la natura erariale di tale imposta non è stata alterata né dalla riqualificazione effettuata dal legislatore con l’art. 17 del d.lgs n. 68 del 2011, che l’ha definita espressamente come «tributo proprio derivato» delle Province, né dall’art. 4, comma 2, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, diefficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44, giacché quest’ultimo si limita a richiamare il già citato art. 17 del d.lgs. n. 68 del 2011, per estenderne il campo di applicazione alle Regioni a statuto speciale.
Per le ragioni sopra esposte, afferma la citata sentenza, il legislatore statale non può disporre direttamente l’assegnazione alle Province del gettito dei tributi erariali riscossi nel territorio regionale siciliano. Viceversa, il gettito della predetta imposta riscosso sul territorio regionale spetta alla Regione siciliana, la quale provvederà con propria normativa e nell’ambito della propria autonomia a dare attuazione alla legislazione statale, eventualmente devolvendo le somme derivanti da tali entrate alle Province, come già era stato disposto con la legge regionale 26 marzo 2002, n. 2 (Disposizioni programmatiche e finanziarie per l’anno 2002), in attuazione dell’art. 60 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446 (Istituzione dell’imposta regionale sulle attività produttive, revisione degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni dell’Irpef e istituzione di una addizionale regionale a tale imposta, nonché riordino della disciplina dei tributi locali).
La Regione siciliana, quindi, deduce che la norma impugnata si pone in contrasto con la suddetta sentenza n. 97 del 2013, laddove quest’ultima esclude che il legislatore statale possa disporre direttamente l’assegnazione alle Province del gettito di un tributo erariale riscosso nel territorio regionale siciliano, quale continua ad essere l’imposta per la responsabilità civile automobilistica.
Poiché il gettito devoluto alle Province proviene non dallo Stato ma dalla Regione, solo quest’ultima, come ha fatto con la legge regionale n. 2 del 2002 e con la legge regionale 5 dicembre 2013, n. 21 (Disposizioni finanziarie urgenti per l’anno 2013. Disposizioni varie), può disporre quale conseguenza di tale devoluzione, la riduzione dei propri trasferimenti alle Province per un importo pari al gettito riscosso. Tale assunto troverebbe, altresì conferma nella deliberazione n. 3/2014/PAR della Corte dei conti, sezione di controllo per la Regione siciliana. Diversamente, la norma impugnata, pretendendo di utilizzare le somme spettanti alle Province siciliane relativamente alla imposta in questione in riduzione di propri trasferimenti, altro non fa che riproporre la sottrazione del gettito di cui la Corte costituzionale ha già affermato la spettanza alla Regione.
Infine, osserva la Regione ricorrente come nella fattispecie in esame non ricorrano i presupposti perché possa operare l’eccezione contemplata nell’art. 2 del d.P.R. n. 1074 del 1965 «nuove entrate tributarie il cui gettito sia destinato con apposite leggi alla copertura di oneri diretti a soddisfare particolari finalità contingenti o continuative dello Stato», in quanto non si è in presenza di alcun incremento del gettito relativo all’imposta sulle assicurazioni, in esame, e difetta la specifica destinazione del gettito che lo Stato pretende di utilizzare a suo favore.
4.− Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha concluso per la inammissibilità o la non fondatezza della questione.
Ad avviso della difesa dello Stato, la sentenza n. 97 del 2013, dopo aver chiarito che l’assegnazione alle Province siciliane del gettito in questione è di esclusiva competenza regionale, nulla stabilisce circa le vicende successive alla devoluzione del tributo da parte della Regione siciliana quando il gettito risulta ormai transitato necessariamente nella piena ed esclusiva disponibilità delle Province.
La disciplina impugnata inerisce solo alla materia delle regolazioni contabili tra lo Stato e le Province. Lo Stato, per assicurare un’immediata liquidità alle Province, opera assegnazioni di risorse in acconto, prima di determinare in via definitiva le spettanze di ciascuna. Pertanto, può accadere che, al momento del saldo, le Province risultino debitrici di somme, con obbligo di versamento, come accaduto per le Province siciliane.
In tali occasioni, lo Stato opera con un sistema di conguagli con assegnazioni di quote del Fondo sperimentale di riequilibrio, seguito da speculari riversamenti delle medesime.
In caso di incapienza delle predette quote, i conguagli sono effettuati dall’Amministrazione finanziaria, che attinge alle risorse delle Province, risultanti in giacenza presso i propri uffici, quali appunto, il gettito dell’imposta in esame presso l’Agenzia delle entrate.
Dunque, non sono coinvolti dalla suddetta procedura profili di interesse della Regione ricorrente e non risultano ravvisabili profili di illegittimità costituzionale.
Considerato in diritto
1.− La Regione siciliana, con ricorso notificato il 3-4 luglio 2014, depositato nella cancelleria di questa Corte il successivo 10 luglio ed iscritto al n. 50 del registro ricorsi 2014, giusta la deliberazione della Giunta regionale n. 150 del 20 giugno 2014, ha promosso questione di legittimità costituzionale dell’art. 10, nonché del relativo Allegato 1, per la parte che riguarda le Province siciliane, del decreto-legge 6 marzo 2014, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di finanza locale, nonché misure volte a garantire la funzionalità dei servizi svolti nelle istituzioni scolastiche), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 maggio 2014, n. 68, in riferimento all’art. 36 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, e all’art. 2, primo comma, del d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria).
2.− L’art. 10 del d.l. n. 16 del 2014, prevede al comma 1: «Per l’anno 2014, sono confermate le modalità di riparto alle province del fondo sperimentale di riequilibrio già adottate con decreto del Ministro dell’interno 4 maggio 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 145 del 23 giugno 2012. Alla ricognizione delle risorse da ripartire per l’anno 2014 a ciascuna provincia si provvede con decreto del Ministero dell’interno, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze. Salvo quanto previsto dal comma 2 dell’articolo 20, sono parimenti confermate, le riduzioni di risorse per la revisione della spesa di cui all’articolo 16, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, secondo gli importi indicati nell’allegato 1 al presente decreto», e al comma 2: «Per l’anno 2014 i trasferimenti erariali non oggetto di fiscalizzazione corrisposti dal Ministero dell’interno in favore delle province appartenenti alla regione Siciliana e alla regione Sardegna sono determinati in base alle disposizioni recate dall’articolo 4, comma 6, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, e alle modifiche dei fondi successivamente intervenute».
3.− In ragione del contenuto articolato della norma, occorre precisare il thema decidendum e quindi il contenuto precettivo al quale si rivolgono le censure della Regione siciliana.
Dal tenore del ricorso, anche alla luce della delibera della Giunta regionale siciliana di autorizzazione alla proposizione dello stesso, la doglianza si incentra sulla previsione contenuta nell’art. 16, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95 (Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario), richiamato nella norma impugnata, laddove si stabilisce che, nell’operare le riduzioni, in caso di incapienza, sulla base dei dati comunicati dal Ministero dell’interno, l’Agenzia delle entrate provvede al recupero nei confronti delle Province interessate a valere sui versamenti dell’imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, esclusi i ciclomotori, di cui all’art. 60 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446 (Istituzione dell’imposta regionale sulle attività produttive, revisione degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni dell’Irpef e istituzione di una addizionale regionale a tale imposta, nonché riordino della disciplina dei tributi locali).
Assume la Regione siciliana, infatti, che il legislatore statale non può disporre direttamente l’assegnazione alle Province del gettito di un tributo erariale riscosso nel territorio regionale siciliano, quale continua ad essere l’imposta sulle assicurazioni in questione.
Dunque, tale gettito è devoluto alle Province non dallo Stato ma dalla Regione, la quale ha disciplinato la materia prima con la legge regionale 26 marzo 2002, n. 2 (Disposizioni programmatiche e finanziarie per l’anno 2002) e poi con la legge regionale 5 dicembre 2013, n. 21 (Disposizioni finanziarie urgenti per l’anno 2013. Disposizioni varie), per cui una eventuale rivalsa sulle somme così destinate può essere operata solo dalla Regione, in relazione alla riduzione dei propri trasferimenti alle Province, e non dallo Stato.
4.− La questione non è fondata.
5.− L’art. 60, comma 1, del d.lgs. n. 446 del 1997 ha stabilito la devoluzione alle Province, ove ha sede il registro automobilistico, del gettito dell’imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile ma nel rispetto delle autonomie speciali.
In sua attuazione, il decreto del Ministero delle finanze 14 dicembre 1998, n. 457 (Regolamento recante norme per l’attribuzione alle province ed ai comuni del gettito delle imposte sulle assicurazioni, ai sensi dell’articolo 60 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446), all’art. 5 ha sancito che le disposizioni in esso contenute si applicassero esclusivamente alle Province delle Regioni a statuto ordinario, mantenendo ferme le previgenti disposizioni per le autonomie speciali, fino a che queste ultime non fossero intervenute ad attuare la devoluzione con propria normativa.
La Regione siciliana ha quindi provveduto ad adeguarsi con la legge regionale n. 2 del 2002, attribuendo alle Province il gettito dell’imposta sull’assicurazione da responsabilità civile sopra menzionata.
È poi intervenuto l’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario), che ha disposto, esclusivamente per le Province ubicate nelle Regioni a statuto ordinario, che, a decorrere dal 2012, l’imposta in questione assumesse la natura di tributo proprio derivato provinciale.
Successivamente, con l’art. 4, comma 2, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44, il disposto dell’art. 17 veniva esteso alle autonomie speciali.
6.− Questo articolo ha costituito oggetto d’impugnazione da parte della Regione siciliana dinanzi a questa Corte, che con la sentenza n. 97 del 2013 ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale nella parte in cui si applica alla Regione, ed ha affermato «che i “tributi propri derivati”, che sono istituiti e regolati dalla legge dello Stato, ma il cui gettito è destinato a un ente territoriale, conservano inalterata la loro natura di tributi erariali […]. Di conseguenza, l’imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante da circolazione dei veicoli a motore, pur dopo la sua riqualificazione come “tributo proprio derivato” provinciale, sèguita a ricadere nell’ambito di applicazione dell’art. 36 dello statuto di autonomia speciale e dell’art. 2 delle norme di attuazione, i quali prevedono che spettano alla Regione siciliana, oltre alle entrate tributarie da essa direttamente deliberate, tutte le entrate tributarie erariali riscosse nell’ambito del suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate».
7.− Alla stregua di tale pronuncia il legislatore statale non può disporre direttamente l’assegnazione alle Province del gettito dei tributi erariali riscossi nel territorio regionale siciliano e pertanto il disposto dell’art. 16, comma 7, del d.l. n. 95 del 2012, e in particolare i relativi recuperi sulle assicurazioni per la responsabilità anche derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, intanto possono trovare applicazione per la Regione siciliana, in quanto la stessa Regione provveda con propria normativa a dare attuazione alla legislazione statale.
Questa Corte ha in sostanza rimesso alla Regione siciliana, con una sorta di clausola di salvaguardia, l’eventuale adeguamento alla legislazione statale in materia, nel rispetto della sua autonomia speciale.
8.− Ebbene la Regione siciliana, dopo la sentenza n. 97 del 2013, ha adottato la legge regionale n. 21 del 2013, con la quale ha appunto provveduto in tal senso. Essa infatti non si è limitata a trasferire alle proprie Province il relativo gettito fiscale, ma ha inteso attribuire loro l’imposta stessa in esplicita attuazione dell’art. 17 del d.lgs. n. 68 del 2011.
Questa norma, infatti, viene ripetutamente richiamata nella legge regionale n. 21 del 2013, con la specificazione che è alla sua stregua che vanno esercitate dalle Province le «prerogative» correlate al riguardo (art. 1, comma 1), e che vanno determinate la «misura» e le «modalità» di attribuzione dell’imposta (art. 1, comma 2).
La legge regionale ha dunque attribuito all’imposta in questione carattere di tributo proprio derivato delle Province e ciò realizza il presupposto che legittima il meccanismo di recupero previsto dall’art. 16, comma 7, del d.l. n. 95 del 2012, richiamato nella norma impugnata: della applicazione nei suoi confronti si duole quindi ingiustamente la Regione.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 e del relativo Allegato 1, per la parte che riguarda le Province siciliane, del decreto-legge 6 marzo 2014, n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di finanza locale, nonché misure volte a garantire la funzionalità dei servizi svolti nelle istituzioni scolastiche), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 2 maggio 2014, n. 68, promossa, in riferimento all’art. 36 del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, e all’art. 2, primo comma, del d.P.R. 26 luglio 1965, n. 1074 (Norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia finanziaria), dalla Regione siciliana, con il ricorso indicato in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l’11 marzo 2015.
F.to:
Alessandro CRISCUOLO, Presidente
Giancarlo CORAGGIO, Redattore
Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 24 aprile 2015.



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Art. 37

Per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell'accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti medesimi.
L'imposta relativa a detta quota compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima.

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